Economia Malata.

Qualcuno, quando avrà finito di leggere questo articolo, penserà che ho scoperto l'acqua calda. Forse è vero, ma allora non si capisce perché continuano a succedere certe cose. Quindi, anche a scapito di annoiare qualcuno, io mi prendo un po del vostro tempo e vi racconto quello che devo dire.
Vi anticipo che parleremo di soldi, molti soldi, il carburante dell'economia, l'obiettivo che qualsiasi impresa si prefigge di raggiungere: fare soldi, prima che fare beni.
E' sempre stato così, anche nel passato, ai tempi pionieristici della rivoluzione industriale. I fondatori delle grandi industrie italiane erano mossi anche loro dalla febbre dei soldi e non ce ne dobbiamo stupire. L'occidente ha come unico parametro, per misurare il “successo”, il capitale: non per niente ci chiamiamo capitalisti. Quello che forse è cambiato rispetto agli albori del capitalismo italiano è che a quei tempi, alla base, c'era anche la passione per il bene prodotto.
Olivetti aveva la passione dei computers, Agnelli aveva la passione per le automobili ed i motori.
Oggi questo non c'é più, anzi spesso viene visto come una debolezza da rimuovere, perché ti distrae dall'obiettivo primario. Oggi l'unico parametro rimasto è il denaro. La passione per i computers e per i motori è stata filtrata, disinfettata, con i risultati che conosciamo: prodotti scadenti.
Ma questo è un'altro discorso.
Torniamo ai soldi.
Abbiamo capito che l'obiettivo è quello: diventare ricchi, aumentare la propria ricchezza sempre di più. Senza badare troppo a quello che si produce, anzi, meglio: senza capire niente di quello che si produce.
La proprietà si separa dalla produzione e in questo modo può diversificare, può possedere imprese che operano in campi differenti. Ecco che si può cominciare a ricercare i soldi dove si vuole, dove sono più disponibili e “facili”.Il primo passo che il nuovo capitalismo fa è quello di convincere tutti che lo stato non deve fare impresa, ed inizia una campagna di informazione (o disinformazione a seconda dei punti di vista) su questo tema, insistendo sull'inefficenza dei prodotti/servizi che le imprese statali offrono all'utenza, e qui trovano un facile campo su cui giocare, e sulla necessità che si inizi una progressiva privatizzazione delle imprese statali (forse spinte anche qui dal FMI e dalla Banca Mondiale).
Sappiamo già che i risultati di questo processo sono stati deludenti, almeno per noi cittadini, ma non per chi ha messo le mani su questi nuovi mercati. Per loro si è trattato di una manna dal cielo. Soldi facili, nuove entrate, senza migliorare i prodotti/servizi. Anzi. Sono cominciati i tagli al personale, reo di assorbire una quota troppo alta del guadagno.
Ma anche qui rischiamo di andare fuori tema.Torniamo ancora ai soldi.
L'imperativo della crescita continua, dogma del capitalismo, lo sviluppo inarrestabile, sennò, sembra, non sei proprio un bravo capitalista, hanno spinto i nostri imprenditori a cercare ancora, a trovare nuove forme di arricchimento personale e, possibilmente, sempre più facile.
E qui entriamo in scena noi, i cittadini o, come immagino ci considerino loro, la massa fondamentalmente inutile se non fosse per quell'unica caratteristica che ci rende estremamente necessari: siamo dei consumatori.
Ore voglio dire che se tutto si svolgesse normalmente non ci sarebbe nulla di male. Io consumatore ho dei bisogni che cerco di soddisfare e tu imprenditore cerchi di soddisfare sempre meglio i miei bisogni, facendo concorrenza con gli imprenditori che operano nel tuo stesso campo. Tutto bene finché rimaniamo in questi termini.
Il fatto è che l'imperativo crescita unito ad una insaziabile ingordigia degli imprenditori ha portato tutto all'estremo, ha fatto valicare i limiti del lecito al normale gioco tra le parti.
E così dopo le privatizzazioni delle imprese statali siamo arrivati alla “privatizzazione dello stato”, o meglio alla creazione dell'impresa-stato, snaturando la natura dell'istituzione “stato”, che nasce per servire tutta la comunità, iniziando a perseguire gli interessi della sola parte ricca della comuità.
E non è affare da poco.
Mettere le mani sullo stato è il sogno di ogni capitalista: può finalmente decidere le regole del gioco e modificarle a suo piacimento, attraverso le tasse ha un flusso ingente di capitali di cui può disporre anche quasta volta a suo piacimento, attraverso la finanziaria. Può dirigere un'ampia parte di quei flussi verso le aziende di suo interesse, (qui siamo in presenza del famoso conflitto di interessi), decidendo, ad esempio, di mettere in cantiere opere inutili e dannose come la TAV o il ponte sullo stretto di Messina, o decidendo di dare un rimborso “statale” a chi decide di dotarsi del decoder per il digitale terrestre.
Può finalmente decidere di dare il colpo di grazia alle ultime imprese statali, come la sanità o l'istruzione, tagliando pesantemente le risorse destinate all'ente, peggiorando ulteriormente i servizi per spingere verso una sanità privata, sul modello statunitense, dove o hai un'assicurazione o non ti curano, o un'istruzione privata, dove o hai i soldi o non ti istruisci.
Ma il punto centrale rimane questo, lo stato non rappresenta più i nostri interessi di cittadini, ma rappresenta sempre di più l'intreccio politico/economico dei ricchi e potenti, delle banche che fanno prestiti ingentissimi ed agevolatissimi a questi “furbetti” mentre a noi riservano un atteggiamento di intransigenza se appena appena vai in rosso o chiedi un prestito per la casa. Ovviamente questo succede perché le banche fanno parte anche loro del gioco capitalistico, anzi, si direbbe che ne sono diventate le protagoniste andando a salvare i vari gruppi indistriali in perdita ed a rischio di fallimento.
Il fatto è che anche in questo caso lo fanno con i soldi nostri. Sono nostri i soldi che hanno in cassa e che servono ai vari prestiti fatti ai “grandi” imprenditori, che non rischiano più il loro capitale.
Tirate le somme di tutto il discorso si può dire sinteticamente che noi siamo dei limoni da spremere, da far indebitare, dobbiamo cambiare tutto (vestiti, auto, telefono, scarpe, computer, ecc.) a ritmi sempre maggiori, con le nostre tasse dobbiamo arricchire i soliti noti, invece che darci dei servizi utili, stessa cosa con i nostri (pochi) risparmi, visto che le banche servono sempre più al capitale che non ai risparmiatori.
Ma adesso che abbiamo capito il gioco, che si fa?

Giorgio Scarabello.

SULL’AFFARE UNIPOL

RdB/CUB

RAPPRESENTANZE SINDACALI DI BASE
CONFEDERAZIONE UNITARIA DI BASE (CUB)

I SOLDI PER LE SCALATE “FINANZIARIE” NON MANCANO

MA PER I LAVORATORI DELLE COOPERATIVE

ARRIVARE A FINE MESE E’ COME SCALARE UNA MONTAGNA

Quello che è successo riguarda tutti perché emerge, di nuovo con forza, un sistema di speculazioni che danneggia tutti: si sottraggono risorse sociali prodotte dai lavoratori a favore di pochi speculatori e ai danni dei cittadini. In questi giorni nelle polemiche sulla stampa e nelle stanze della politica c’è un soggetto che non viene mai nominato: i lavoratori delle cooperative. Lo scandalo che sta coinvolgendo anche il mondo delle cooperative è solo l’ennesimo elemento di conferma di un processo di trasformazione che ha origini ormai decennali. Lavorare in una cooperativa, da molto tempo, non rappresenta di per se un vantaggio rispetto al lavorare per un “normale” datore di lavoro: i livelli di precarietà sono aumentati anche più che negli altri settori, e i salari sono spesso condizionati da deroghe peggiorative rispetto ai contratti collettivi nazionali di lavoro.

Le cooperative si sono, inoltre, specializzate in settori legati alle privatizzazioni ed alle dismissioni di importanti pezzi di servizi pubblici, i lavoratori soci e non soci vengono impiegati in appalti e commesse sempre più sottopagati e saltuari. Quando non vengono coinvolte nei progetti più discutibili come quello della TAV in Val di Susa.

E’ questo il “bel mondo” delle cooperative, e non si tratta di una o più mele marce ma di un problema da risolvere partendo dai diritti dei lavoratori e soci lavoratori delle cooperative, dalla realtà dei innumerevoli soprusi nei confronti dei lavoratori/trici delle pulizie, del sociale, dei servizi sanitari, del facchinaggio, dei trasporti, della piccola e grande distribuzione, degli appalti in genere.

Non ci interessa discutere della “diversità” delle cooperative, vogliamo invece discutere del fatto che è necessario che i lavoratori delle cooperative abbiano almeno gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori delle “normali” imprese.

  • Basta con i contratti collettivi nazionali creati appositamente per le cooperative che derogano in peggio le norme degli altri settori (dalle coop sociali ai trasporti e facchinaggio)

  • Basta con un sistema ridotto di contributi pensionistici e previdenziali che danneggia gravemente i lavoratori e la previdenza pubblica (i contributi sui salari medi convenzionali)

  • Basta con le deroghe di legge ai principali diritti dei lavoratori (dal diritto al reintegro in caso di licenziamento ingiusto ai diritti sindacali)

Per questo la RdB/CUB è impegnata nelle lotte al fianco dei lavoratori delle cooperative di vari settori, senza fare sconti di nessun genere, che invece CGIL-CISL-UIL riconoscono alle coop, in nome di una pretesa diversità tutta da dimostrare sempre e comunque con i fatti.

RdB/CUB cooperative

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